Dalle Stelle alla Polvere: Il Destino dell’Ariete e l’Ombra di una Maga pazza d’Amore                                                                  

IL MITO DI DUE FRATELLI ED UNA MATRIGNA CATTIVISSIMA

ELLE, FRISSO E LA PERFIDA INO

All’inizio di tutto non ci fu gloria, ma un grido d’aiuto. Nelle stanze del re Atamante, il complotto della matrigna Ino aveva stretto un cappio attorno al collo dei giovani Frisso ed Elle. Quando il coltello del sacrificio sembrava ormai inevitabile, fu la madre Nefele, ninfa delle nubi, a scuotere il cielo.

Dall’Olimpo discese Crisomallo, un ariete prodigioso dal manto di lana purissima e oro zecchino

Affresco di Frisso ed Elle sull'Ariete, scavi Regio IX Pompei 2024.

Non era un semplice animale, ma un messaggero divino capace di solcare i venti. Caricati i due fratelli sul dorso, l’Ariete si lanciò in una fuga disperata verso l’Oriente. Fu durante questo tragitto che il mito si tinse di blu e di lutto: Elle, vinta dalle vertigini di un panico interiore, scivolò tra le onde del mare.  Che da quel fatidico attimo mitico avrebbe preso il nome di Ellesponto, consegnando Elle alla immortalità etimologica.

Frisso, suo fratello, solo e straziato, rimase aggrappato a quel vello lucente, unica zattera in un oceano d’aria.

Raggiunta la Colchide, il viaggio di Crisomallo terminò.  Qui avviene il passaggio che spetta solo ai più valorosi esempi di sacrificio puro. L’animale, dopo aver compiuto la sua missione, non cerca il riposo, ma l’immortalità attraverso il rito. Sotto la guida della creatura stessa, Frisso compì il sacrificio a Zeus, uccidendo il suo valoroso soccorritore.

IL CATASTERISMO DELL’INIZIO: CRISOMALLO DIVENTA IL SEGNO ZODIACALE DELL’ ARIETE

Mentre il corpo fisico dell’animale veniva consacrato, Zeus ne proiettò l’immagine nella volta celeste, posizionandolo come prima costellazione dello Zodiaco, quella dell’Ariete, simbolo di inizio e rinascita.

Questo atto, noto come catasterismo, non fu solo un premio alla creatura, ma la creazione di un riferimento eterno per l’umanità.

L’Ariete occupa infatti una posizione di prestigio assoluto nella volta celeste:

  • Il Punto Gamma ($ \gamma $): In astronomia, questa costellazione è storicamente legata al “Punto Vernale” o Punto Gamma. Rappresenta l’intersezione tra l’equatore celeste e l’eclittica, segnando l’equinozio di primavera: il momento in cui il Sole vince le tenebre invernali e la vita ricomincia.
  • La Stella Hamal: Il cuore luminoso della costellazione è Hamal ($ \alpha \ Arietis $), termine arabo che significa “Agnello”. Questa gigante arancione fungeva da faro per i navigatori antichi, guidando chi, come gli Argonauti, osava sfidare l’ignoto.
  • Il Glifo della Vita: Il simbolo grafico dell’Ariete ($\Upsilon$) richiama le corna dell’animale, ma rappresenta anche un germoglio che spacca la terra o una fontana di vita. È l’energia primordiale necessaria per spingere Frisso lontano dal pericolo e far salpare la nave Argo.
  • Oltre il Panico: In questo scenario, l’Ariete trasforma lo smarrimento della fuga in un percorso ordinato tra le stelle. Come ricorda il detto “Pan, pan-ico”, la costellazione sorge proprio per contrastare il caos interiore, offrendo una direzione nel buio.

Ma sulla terra rimase una spoglia pesante: il Vello d’Oro. Quella pelle, inchiodata a una quercia e difesa da un drago insonne, smise di essere un simbolo di salvezza per trasformarsi in un feticcio di potere, inizia così un’altra leggenda, un altro Mito.

La costellazione rimaneva pura nel cielo. Un promemoria costante del fatto che la vera salvezza non risiede nel possesso di un feticcio, ma nella capacità di elevarsi sopra le proprie miserie morali per diventare, finalmente, polvere di stelle.

LA SPEDIZIONE DEGLI ARGONAUTI: IL BAGLIORE CHE ATTIRA GIASONE

Anni dopo, quel bagliore lontano richiamò l’ambizione di Giasone. La spedizione della nave Argo non fu solo un’impresa eroica, ma il primo grande “viaggio verso l’ignoto” della letteratura occidentale. Cinquanta eroi, i migliori di Grecia, sfidarono mari sconosciuti non per un ideale, ma per recuperare quel trofeo dorato che avrebbe dovuto restituire un regno a Giasone. Il Vello d’Oro, ormai separato dalla sua anima celeste, era diventato il motore di una macchina bellica inarrestabile.

Perché Giasone volle partire? L’Antefatto

Per capire perché Giasone si sia spinto fino ai confini del mondo conosciuto, dobbiamo tornare in Tessaglia, nel regno di Iolco. Qui, il trono era stato usurpato da Pelia, suo zio, un uomo che viveva nel terrore di una profezia: un oracolo lo aveva avvertito di guardarsi da un uomo con un solo sandalo. Quando il giovane Giasone, legittimo erede, si presentò a corte avendo perso un calzare nel letto di un fiume, Pelia capì che la sua fine era vicina.

Non potendo ucciderlo apertamente, gli tese una trappola mortale travestita da missione gloriosa: recuperare il Vello d’Oro, un’impresa da cui nessuno era mai tornato.

Ma Giasone non era solo, fu affiancato dalla dea dell’intelligenza, della strategia della capacità intuitive e militare per antonomasia, Atena.  Fu proprio Atena a supervisionare la costruzione della nave Argo, infondendo nel legno della prua un frammento della quercia sacra di Dodona, capace di parlare e profetizzare, rendendo lo scafo vivo è prodigioso.

Sotto la guida dell’ingegno divino di Atena, la nave divenne una creatura senziente, pronta a solcare mari ignoti. Giasone riuscì a radunare i più grandi eroi della Grecia — gli Argonauti — convinto che la forza e la protezione divina fossero sufficienti per compiere l’impossibile.  Non sapeva che per toccare quel Vello avrebbe avuto bisogno di un potere molto più oscuro, che nessuna divinità olimpica avrebbe potuto gestire senza conseguenze.

IL DILEMMA NON FU IL VIAGGIO, MA QUELLO CHE SEGUI.

L’INCONTRO FATALE: IL PATTO DI SANGUE E MAGIA

Quando la nave Argo approdò finalmente sulle rive della Colchide, Giasone si trovò di fronte a un muro di fuoco. Il re Eete, custode del Vello, non aveva alcuna intenzione di cederlo e impose all’eroe prove sovrumane, solo con l’aiuto di Medea, pazza d’amore per lo straniero, figlia di Eete Giasone riuscì a superare queste prove. Quello che successe dopo non è una storia di celebrità vittoriosa.

L’ANTEFATTO.

L’ALLEANZA DELLE TRE DEE: UN PATTO CONTRO NATURA

Mentre la nave Argo veniva costruita sotto la direzione tecnica di Atena, dietro le quinte dell’Olimpo si stava consumando un accordo politico senza precedenti.

Era, la regina degli dei, odiava Pelia con tutta sé stessa (poiché il re aveva smesso di onorarla) e aveva scelto Giasone come suo strumento di vendetta. Ma Era sapeva che la sapienza bellica di Atena e il coraggio degli Argonauti non sarebbero bastati a superare la magia nera della Colchide.

Accadde allora l’impensabile: Era chiese aiuto ad Afrodite. Le due dee, solitamente ai poli opposti — l’una protettrice del matrimonio e dell’ordine, l’altra del desiderio travolgente e del caos dei sensi — si allearono per manipolare il cuore di Medea. Atena stessa diede il suo consenso silenzioso.

È un paradosso mitologico: le stesse tre dee che poco dopo si sarebbero distrutte a vicenda per la mela della “più bella“, qui si uniscono per “abbattere” le difese di Medea. Non volevano che lei amasse Giasone; volevano che lei ne diventasse schiava affettiva, affinché la sua magia potesse servire alla causa. Medea non fu vittima di un colpo di fulmine, ma di un’operazione di spionaggio divino.

PERCHÉ PROPRIO MEDEA?

Perché Giasone non poteva farcela da solo? Perché il Vello d’Oro era difeso dalla Hybris di Eete e dalla magia di un mondo arcaico che non rispondeva alle leggi greche, precedente innanzi tutto a quelle dell’olimpo. Medea era figlia di Eete, lui era figlio del Sole, quindi un Titano. Atena rappresenta la logica, la strategia, ma la Colchide è il regno dell’irrazionale della magia primordiale ed istintiva dei titani.

IL DUELLO IMPOSSIBILE: LE TRE PROVE DI EETE

Giasone si presentò alla corte della Colchide chiedendo il Vello come un diritto, ma il re Eete, con la crudeltà tipica della stirpe dei Titani, rispose con una sfida che era in realtà una condanna a morte. Tre prove, una più terribile dell’altra, separavano l’eroe dal suo trofeo.

1. I Tori di Bronzo (Khalkotauroi):

Giasone doveva aggiogare due tori mostruosi, dono di Efesto a Eete. Questi animali avevano zoccoli di bronzo e narici che vomitavano fiamme vive. Nessun uomo poteva avvicinarsi senza essere ridotto in cenere. Medea consegnò a Giasone il Prometheion, un unguento magico estratto dal sangue di Prometeo. Spalmandolo sul corpo e sullo scudo, Giasone divenne invulnerabile al fuoco e al ferro per un giorno intero. La magia di Medea creò una corazza invisibile dove il coraggio dell’eroe avrebbe fallito.

2. La Semina dei Denti di Drago:

Una volta aggiogati i tori, Giasone doveva arare un campo sacro e seminarvi i denti di un drago. Da ogni dente sarebbe germogliato istantaneamente un guerriero armato (gli Sparti), pronto a fare a pezzi l’agricoltore. Memore della natura istintiva e violenta di queste creature nate dalla terra, Medea istruì Giasone: “Lancia un masso in mezzo a loro”. Seguendo il consiglio, Giasone scatenò il caos; i guerrieri, non capendo chi avesse scagliato la pietra, iniziarono a incolparsi a vicenda e si massacrarono tra loro fino all’ultimo uomo.

3. Il Drago Insonne:

Superate le prove fisiche, restava l’ostacolo finale: il custode del Vello. Un drago gigantesco che non chiudeva mai gli occhi, una creatura che rappresentava la vigilanza eterna e spietata del potere. Qui la forza di Giasone scomparve del tutto. E’ Medea a farsi avanti. Usando erbe magiche raccolte di notte e intonando canti ipnotici, la maga “addormentò” l’insonne. È un immagine potentissima del mito: l’eroe che ruba l’oro impaurito mentre la donna tiene a bada il mostro.

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IL PREZZO DELLA MAGIA: UN AMORE CHE DISTRUGGE

Sotto l’influsso di Era e Afrodite, il cuore di Medea divenne un campo di battaglia. La freccia di Eros non portò una dolce attrazione, ma una frenesia devastante, un vortice dell’anima che la spinse a tradire tutto ciò che amava. Per salvare Giasone dalle fiamme dei tori e dai guerrieri nati dalla terra, Medea non offrì solo pozioni, ma la sua intera identità.

Medea da Villa Arianna, oggi al Museo Archeologico di Napoli

Il momento culminante non fu il furto del Vello, ma ciò che accadde durante la fuga. Mentre la nave Argo fuggiva verso l’ignoto, il re Eete era alle calcagna dei fuggitivi. Medea, per assicurare la libertà a Giasone, compì l’atto che avrebbe segnato la sua dannazione eterna: uccise il giovane fratello Apsirto, ne smembrò il corpo e ne gettò i pezzi in mare. Sapeva che suo padre, il re Titano, avrebbe dovuto fermare la flotta per raccogliere i resti del figlio e dargli degna sepoltura. In quel momento, il Vello d’Oro non fu più un simbolo di salvezza, ma un sudario bagnato dal sangue fraterno.

Medea stava letteralmente smantellando il regno di suo padre pezzo dopo pezzo, filo dopo filo, per un uomo che vedeva in lei solo uno strumento di vittoria. Mentre lei bruciava per amore, Giasone calcolava la gloria.

IL GIUDIZIO DI CIRCE: LO SPECCHIO DELLA COLPA

Ma il sangue dei discendenti del Sole grida vendetta. Per ordine degli dei, gli Argonauti dovettero fare tappa sull’isola di Eea, dimora della maga Circe, zia di Medea e anche lei figlia del Sole. Questo incontro è lo zenit morale del mito.

Circe rappresenta la magia nella sua forma più pura e distaccata; lei trasforma gli uomini in bestie per rivelarne la vera natura, ma non agisce mai per ambizione, ma spesso per difesa. Quando Medea e Giasone si presentarono alla sua porta, Circe non vide degli eroi, ma due fuggiaschi macchiati di un crimine contro natura.

Nonostante il legame di sangue, Circe li accolse con freddezza. Compì il rito di purificazione necessario a permettere loro di proseguire il viaggio, ma il suo sguardo fu impietoso. In Medea vide una nipote che aveva svenduto il potere ancestrale del Sole per un uomo che, alla prima occasione, l’avrebbe abbandonata. Circe fu la prima a capire che quel “mix mortale” di magia nera e ambizione umana avrebbe portato solo cenere. Li scacciò dalla sua isola, negando loro l’ospitalità che si deve ai congiunti: la purificazione era avvenuta, ma la colpa restava incisa nell’anima.

IL TRAMONTO DEI PROTAGONISTI: QUANDO LA MASCHERA DELL’EROE CADE

È giunto il momento di chiamare le cose con il loro nome: Giasone e Medea non sono eroi, ma i sopravvissuti di un naufragio morale. Se l’eroismo è sacrificio e rettitudine, qui troviamo solo il suo opposto.

Giasone: Il crollo della mediocrità

Giasone non è un eroe valoroso, ma un opportunista baciato dalla fortuna e protetto dalle dee. La sua “ascesa” è stata costruita interamente sul lavoro sporco di una donna. Senza gli unguenti, i tradimenti e i crimini di Medea, Giasone non sarebbe mai uscito vivo dalla Colchide. Il suo tramonto è coerente con la sua pochezza: finisce i suoi giorni come un vecchio derelitto, schiacciato da un pezzo di legno marcio della sua stessa nave Argo. Muore sotto il peso di un passato che ha smesso di essere glorioso per diventare solo un relitto pericoloso. La sua morte non è tragica, è quasi accidentale, come lo è stata la sua grandezza.

Medea: Il tramonto della nipote del Sole

Medea è la vera figura centrale, ma non per eroismo. In lei la natura divina della nipote del Sole entra in conflitto con una follia indotta che la priva di ogni dignità. Non è una guerriera, ma una vittima trasformata in carnefice. La sua fine è brutale proprio perché non le è concessa la pace dell’oblio. Mentre Giasone si polverizzerà nella morte, Medea è condannata a restare “accesa”.

La sua colpa, sebbene pilotata da Afrodite, è quella di aver permesso alla passione di incenerire ogni legame sacro: quello con il padre, quello con il fratello Apsirto e, infine, quello con i propri figli. Il suo tramonto non è un’eclissi, ma un incendio che non si spegne. Scompare sul carro di draghi del nonno Elio, non come una trionfatrice, ma come una divinità infranta che torna nel cielo portando con sé l’odore del sangue e della vendetta.

PERCHÉ PROPRIO GLI ARGONAUTI? IL PARADOSSO DEL PRIMO EPOS RIFLESSIONE SUL TEMA

Se Giasone e Medea non sono modelli di virtù, come può la loro storia essere il pilastro della narrazione eroica? Il viaggio della nave Argo è considerato il primo vero Epos per ragioni che vanno oltre la “bella figura” dei protagonisti:

Il Viaggio verso l’Ignoto: Prima di Ulisse e prima della Guerra di Troia, ci fu la Argo. È il primo racconto in cui l’uomo smette di difendere le proprie mura e decide di sfidare l’Orizzonte. È l’epica della scoperta forzata: il superamento delle Simplegadi (le rocce scontranti) simboleggia l’umanità che forza le porte della natura non per amore del sapere, ma per mappare un dominio. In questo senso, è un Epos della tecnica e del coraggio collettivo, prima che della morale individuale.

La Rottura dei Tabù: L’Epos non è un manuale di buone maniere, ma uno specchio della realtà. Il fatto che Medea e Giasone varchino il confine sacro dell’uccisione dei consanguinei serve a mostrare il prezzo terribile della Hybris. Gli dei permettono il loro crimine perché hanno bisogno del risultato politico (la caduta di Pelia), ma non perdonano mai il gesto. L’Epos degli Argonauti ci dice che la civiltà e la fama nascono spesso da un atto di violenza primordiale che poi l’uomo deve espiare per secoli.

La sete di Gloria: Il fascino di questa storia risiede nel suo essere “sporca”. Gli Argonauti non sono cavalieri senza macchia, ma un gruppo di uomini eccezionali e feroci ossessionati dal lasciare un segno nel tempo. Il contrasto tra la logica di Atena e la magia di Medea è il cuore dell’Epos: il momento in cui l’uomo capisce che per compiere un’impresa memorabile e ottenere il Kléos, deve scendere a patti con le forze più oscure e distruttive dell’esistenza. La gloria della Argo non è una luce pura, ma un bagliore che acceca e consuma chiunque le stia vicino.

LA VERITÀ DIETRO IL VELLO D’ORO: UN MONITO, NON UN TROFEO

Possiamo dunque concludere che il Vello d’Oro non è un premio alla virtù, ma un catalizzatore di verità.

Mentre l’Ariete brilla nel cielo perché è riuscito a fuggire dalla crudeltà umana, il Vello resta sulla terra per smascherarla. L’Epos degli Argonauti è fondamentale perché ci insegna che si può essere “grandi” e “terribili” allo stesso tempo.

Giasone e Medea hanno aperto le rotte del mondo, ma hanno chiuso le porte del loro cuore. Restano lassù, nel cielo, negli affreschi antichi e nei libri di storia, non come esempi da imitare, ma come avvertimenti viventi: la conoscenza e il potere, se separati dalla pietà che Nefele ebbe per i suoi figli, trasformano il viaggio più glorioso in un naufragio dell’anima.

ECHI DEL MITO NELLA SOCIETÀ MODERNA: TRA ALGORITMI E VENDETTE

Ma pensiamo realmente che il mito degli Argonauti sia rimasto confinato negli affreschi di Pompei, nei libri di storia, nelle biblioteche impolverate; e peggio che non parli di noi?

In realtà è una lente per osservare le dinamiche più oscure della nostra contemporaneità.

1. La “Sindrome di Giasone”: L’ambizione come parassitismo

Nella psicologia delle relazioni e del lavoro, potremmo definire “Giasone” il prototipo del leader opportunista. È colui che costruisce la propria scalata al successo sfruttando le competenze, il sacrificio e l’intelligenza altrui, per poi scartare i collaboratori (o i partner) una volta raggiunta la vetta.

L’eco moderna: È la dinamica di chi vede le persone come “gradini” per arrivare al proprio Vello d’Oro. La sua fine — ucciso da un pezzo di legno marcio della sua vecchia gloria — è il monito per chi vive di soli successi passati, ignorando che il potere costruito sul tradimento è un guscio vuoto destinato a crollare.

2. Il “Complesso di Medea”: La vendetta trasversale

Subito sotto l’opportunismo di Giasone, troviamo la risposta devastante di Medea. Sebbene non sia una patologia clinica ufficiale, il termine è usato in ambito giuridico e forense per descrivere il figlicidio commesso per “vendetta trasversale”.

L’arma del dolore quello proprio e meno importante di quello indotto: Come nel mito Medea uccide i figli per distruggere il futuro di Giasone, nella realtà questo fenomeno descrive i casi in cui un genitore usa la prole come strumento per infliggere il massimo tormento possibile all’ex partner. Il figlio smette di essere una persona e diventa un “oggetto di rappresaglia”.

3. La Tecnologia come la Nave Argo: L’Intelligenza Artificiale

Il passaggio più affascinante riguarda però la nave stessa. La Argo è stata la prima grande sfida tecnologica dell’uomo all’ignoto, proprio come oggi lo sono l’Intelligenza Artificiale e la conquista dello spazio. Il pezzo di legno parlante: Atena che inserisce nella prua la quercia di Dodona, capace di parlare e profetizzare, è l’antenato mitologico dei nostri algoritmi e assistenti virtuali.

Il dilemma: Oggi come allora, ci affidiamo a una “voce” esterna per navigare in mari sconosciuti. Il timore moderno nasce proprio qui: quanto potere siamo disposti a cedere alla tecnologia (l’IA) pur di raggiungere il nostro obiettivo? Il rischio è che lo strumento (la nave) diventi più importante dell’equipaggio, o che finisca per diventare l’arma che, anni dopo, ci colpirà a morte come accadde a Giasone.

IL MONITO: VIVETE NON IN FUNZIONE DI UN IDEALE IRRAGGIUNGIBILE

Giasone e Medea ci lasciano con una verità scomoda: l’Epos non celebra i “buoni”, ma i “grandi”, e la grandezza senza etica è una trappola. Mentre noi corriamo verso il nostro prossimo “Vello” digitale o finanziario, l’Ariete splende calmo nello zodiaco. Ci ricorda che l’unica vera gloria è quella di Crisomallo: quella che non ha bisogno di tradire, né di vendicarsi, ma che trasforma il sacrificio in una stella guida


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